Vestire parole






Ci sono giorni in cui di tirare fuori le parole dalla bocca dell’armadio… quasi non se ne parla.
Incertezza sul tono, netto o sfumato chissà – deve essere nelle nostre corde – sulla statura delle lettere, che se sono troppo grandi va a finire che, una volta fuori casa, subito ci pentiamo e vorremmo tornare indietro a cambiarci, a zittirle.
Indecisione sul come, sul lessico idoneo degli accessori con cui accompagnarle, perché vengano non solo capite, ma anche ricordate, imitate, praticate.
Può essere addirittura che decidiamo di non indossarle, quelle parole, che tanto comunque non cambia, perché le portiamo in giro in ogni caso, con un’espressione, con il disappunto di un labbro, come se le avessimo tatuate sotto quella tinta unita scelta in sostituzione e chiunque potesse scorgerle, anche da coperte.
I loghi che le omologano però no, quelli mai, non ripetiamo discorsi già sentiti, impersonali e privi di originalità, per favore.

Di contro, ci sono poi i giorni in cui le parole le calziamo con grinta e pure le affidiamo a chi ce le domanda. (Stasera mi sto muovendo dentro ad alcuni versi del Tasso che sfiorano il ginocchio, in corsivo grigio su seta panna, che nemmeno immaginate…).

Ecco. Oggi è uno di quei giorni. Grazie a DDmag per aver cercato, chiesto e pubblicato le mie.






Immagini da:
Blacklacedruffles.tumblr.com
Crushculdesac.tumblr.com
Prettystuff.tumblr.com
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