Fast look

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Corriamo, ingeriamo pane macchiato di salsa e carne scottata e anziché scandire i tempi ci lasciamo condurre dai momenti.

Ci interroghiamo su quanto il proverbio “chi va piano va sano va e lontano”, che peraltro amiamo, trovi spazio in una camicia indossata senza quasi essere guardata o in un semaforo non varcato all’arancione, che chiama volume di clacson in aumento per colonne sonore d’auto. Riflettiamo sull’attualità di quel detto applicato a un vivere che segue i feed di una bacheca on line, postati e già superati. Fiù, andati.

Pensiamo che nella stessa mezz’ora in cui noi abbiamo steso una lavatrice, dato un bacio sulla fronte e colto al volo la notizia di un governo che cade, c’è chi probabilmente ha percorso il tragitto dal letto alla moca, forse anche inciampando. Proviamo orgoglio nella stessa misura in cui da qualche altra parte ci punge un fastidio, e ci sorge spontaneo chiederci se quel ritmo lo dominiamo o se ne siamo dominate.

Ciò che sta dietro lo lasciamo in scia oppure lo seminiamo, perdendolo?

Quella velocità ha il sapore del laccio di uno stivaletto dell’ultim’ora, abbandonato a terra dalla sera prima e calzato col nome di stile ma sognato a riposare lucido in una scarpiera, e di un jeans scucito come certi strappi alle regole di troppe calorie fritte, unte, rapide e gustose.

Pause pranzo che non s’hanno da fare e ombretti da retrovisore che non si possono guardare.
Adesso però è tardi, ho altro a cui pensare, appena il tempo di chiedervi una cosa soltanto.
Dov’è che acceleriamo prendendo vantaggio e dove bruciamo le ore, il sapore, l’amore?

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