Vicino e lontano


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Ho sempre viaggiato più mondi senza partire, anche se fin da piccola mi hanno insegnato a farlo con l’aereo, avendo cura di pensare per tempo al passaporto, alla franchigia, ai medicinali da lungo raggio e cose così.
Ho sempre visitato terre lontane solo dal divano, con un mate o un mezcal in mano dipendeva dall’orario, e ho fatto più check-in dal finestrino dell’autobus scuola-casa che dentro gli aeroporti. Mi è chiaro come visitare le facce delle persone senza guida turistica che mi racconti la storia delle loro rughe e non passa giorno che non incontri angoli sconosciuti della mia città dentro ai soliti perimetri, quelli che ti fanno fermare, ammirare, fotografare e stupire per non averli badati prima di allora.

Girare da fermi, o quasi, è uno di quei lussi che non mi sono fatta mai mancare, che mi narra ogni volta qualcosa di diverso da un uguale inizio, come se un dettaglio quotidiano fosse un muro scrostato da imbrattare con un film all’aperto dai colori restaurati e finale che non ricordavi.

Mi sento un argonauta ogni volta che cerco le chiavi di casa dentro lo zaino che ho macchiato di tzatziki ad Atene e che viaggia con me anche in città, tra parcheggio e appuntamento, alberi che sono rosa a maggio e verdi oliva a inizio settembre. Uno di quelli cuciti da un artigiano mentre viaggiava chissà dove anche lui, con le mani nel cuoio, e che percorro con le dita ogni volta che mi serve un nuovo intreccio che parte da un nodo.

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