In questo secondo capitolo dedicato ai vini dell’Etna, vorrei porre la vostra attenzione sulla storia recente di questo fantastico territorio. Credo fermamente che capire l’Etna di oggi significhi fare i conti con una storia che ha dell’incredibile.
Indice
I Pionieri dell’Etna
Fino agli anni Novanta, il vino etneo era ancora per lo più destinato al consumo locale o alla vendita sfusa alle grandi cantine del Nord, che lo usavano per tagliare vini più deboli di corpo e colore.
Il cambiamento comincia nel 1988, quando Giuseppe Benanti — imprenditore farmaceutico e appassionato di vino — si trova a pranzo al circolo del golf di Castiglione di Sicilia e si accorge che il vino dell’Etna non è nemmeno in carta.
“Possibile che non si possa fare nulla di meglio? Con la storia che abbiamo?”: questa domanda, quasi ingenua nella sua semplicità, diventa il punto di partenza di un progetto che con la guida dell’enologo Salvo Foti comincerà a portare l’Etna all’attenzione dell’Italia intera.
Benanti capisce per primo che i vitigni autoctoni, il Nerello Mascalese su tutti, hanno le qualità per competere con i grandi rossi del mondo. Ma il cammino è ancora lungo…
Altra figura fondamentale è stato Andrea Franchetti, nobile romano, già fondatore della Tenuta di Trinoro in Val d’Orcia, che arriva a Passopisciaro, sulle pendici nord del vulcano, attirato da quella forza incredibile che l’Etna sa esercitare su chiunque abbia occhi per vedere.
Acquista vigneti quasi abbandonati con viti centenarie e comincia una rivoluzione silenziosa. Dice ai contadini locali di tagliare i grappoli, di ridurre la resa, di scegliere la qualità.
Loro lo guardano come si guarda un marziano, ma i risultati arrivano, e insieme la consapevolezza che quello era il modo giusto.
Quasi contemporaneamente, Frank Cornelissen dal Belgio e Marc de Grazia da Firenze portano capitali, visione e contatti internazionali. L’Etna comincia a comparire sulle tavole di mezzo mondo.
Il contributo di Franchetti, tuttavia, va ben oltre la qualità dei suoi vini. È lui a fondare le “Contrade dell’Etna”, la rassegna che riunisce ogni anno i produttori del vulcano e che diventa il palcoscenico principale della denominazione.
È lui, soprattutto, a intuire che ogni contrada è un universo a sé: nel 2008 comincia a imbottigliare separatamente le uve dei diversi vigneti, dando vita al fenomeno dei cru dell’Etna. Una rivoluzione alla borgognona, su un vulcano attivo.
Nel giro di un ventennio, più di cento produttori seguono l’esempio. L’Etna non è più un segreto.
Caratteristiche peculiari dei vini dell’Etna: il terreno, il clima, l’unicità
Alcuni territori producono vino buono l’Etna produce vino impossibile da imitare.
La differenza sta in una combinazione di fattori che difficilmente si ritrovano tutti insieme in un altro posto al mondo.
Il suolo
Il primo è il suolo. Le colate laviche che si sono succedute nel corso dei millenni hanno creato un mosaico di terreni di età e composizione diverse, in cui la roccia vulcanica si mescola a sabbie nere ricchissime di minerali quali ferro, magnesio, potassio e quasi del tutto prive di calcare.
È un suolo povero, che costringe la vite a lavorare duro, ad affondare le radici in profondità alla ricerca di acqua e nutrimento.
Le viti centenarie, molte delle quali ancora a piede franco perché la fillossera non è mai riuscita ad attecchire su questi terreni sabbiosi, sono la testimonianza vivente di quanto questo ambiente sappia preservare ciò che è prezioso.
L’altitudine che regola il clima
Il secondo fattore è l’altitudine. I vigneti etnei si trovano tra i 400 e i 1.000 metri sul livello del mare, con escursioni termiche giorno-notte che in certi periodi dell’anno sfiorano i venti gradi.
Questo sbalzo è il segreto dell’acidità vibrante e degli aromi intensi che si ritrovano nei vini dell’Etna: le notti fresche rallentano la maturazione, permettendo alle uve di accumulare zuccheri con gradualità e di mantenere intatta la freschezza aromatica.
I Nebrodi e i Peloritani riparano il versante nord dai venti più freddi; il Mar Ionio mitiga il versante est con la sua brezza costante; il versante sud-ovest gode di esposizioni soleggiate che regalano maggiore morbidezza e profumi più intensi.
Tre microclimi distinti, tre caratteri che si riflettono nei vini con coerenza sorprendente.
L’unicità di un territorio vulcanico
Il terzo fattore è invisibile ma onnipresente: il vulcano stesso.
L’Etna è attivo, e la sua attività non è solo spettacolo. È chimica, è energia, è una presenza costante nel suolo e nell’aria. Quella mineralità sulfurea che si sente al naso in molti bianchi etnei, quella sapidità persistente che caratterizza i rossi, quella sensazione di cenere e terra bagnata che affiora nei vini di maggior struttura: tutto ha radici nella natura vulcanica di questa terra.
È una firma impossibile da falsificare, un marchio territoriale che nessuna tecnica enologica può replicare da zero.
A tutto questo si aggiunge la viticoltura eroica dei terrazzamenti. I muri a secco in pietra lavica che presidiano i versanti dell’Etna sono il lavoro di generazioni di contadini che hanno strappato ogni metro di terra coltivabile alla montagna, mantenendoli, perché senza di essi la vite non potrebbe sopravvivere su queste pendici scoscese.
Tre cantine dell’Etna da ricordare
La seconda tappa del nostro viaggio sull’Etna ha portato me e mio cugino Manuel a visitare tre realtà molto diverse tra loro per storia, dimensioni e approccio, ma accomunate da quella stessa tensione verso il territorio che è la cifra stilistica di chiunque produca vino serio su questo vulcano.
Cantina Valcerasa di Alice Bonaccorsi
Tra le tre nuove visite forse è quella con le radici più profonde.
La famiglia Bonaccorsi è presente su questi terreni dal 1763, quando nella Contrada Val Cerasa, che il nome lo racconta già da sé (“valle delle ciliegie”), si coltivavano vigne sulle pendici nord-orientali tra Piedimonte Etneo e Linguaglossa.

È Alice, insieme al marito Rosario, ad assumere la direzione nel 2000 e a trasformare una tradizione familiare in un progetto enologico consapevole.
Nel corso degli anni, l’azienda si è espansa con l’acquisizione di nuovi terreni in Contrada Croce Monaci a Randazzo, arrivando agli attuali 20 ettari totali, di cui circa 8-10 dedicati alla vigna, tra i 700 e i 900 metri di quota sul versante nord.
Le viti sono allevate ad alberello, la conduzione è biologica e al centro dell’azienda c’è un vecchio vigneto di circa 80 anni a piede franco, da cui sono state prelevate le marze per tutti i nuovi impianti.
Una scelta di coerenza genetica che dice molto della filosofia di Alice: non correggere la natura, ma seguirla.
La produzione si aggira sulle 25.000 bottiglie annue, con etichette che spaziano dall’Etna Bianco e Rosso base ai cru Crucimonaci e alle selezioni IGT.
I vini vengono esportati in oltre dieci paesi, dall’America al Giappone, a testimonianza di una reputazione internazionale ormai consolidata.

Tra i vini degustati voglio ricordarvi il Diecidecilitri, a base di Nerello Mascalese 100%, annata 2022, che fa 2 giorni di macerazione sulle bucce e un affinamento solo in acciaio. Un vino che nella sua “leggerezza” esprime il carattere del vulcano, con sensazioni di cenere, di frutta rossa e fiori appassiti e una nota ematica finale. Di grande bevibilità.
Altro vino meraviglioso è il Crucimonaci 2019, 80% Nerello Mascalese e 20% Nerello Cappuccio. Vino che di color granato frutto della macerazione di 15 giorni e dell’uso dei Tonneaux per parte del vino. Sensazioni di frutta in confettura, di spezie, di mineralità vulcanica. Struttura e tannino equilibrati per questo grande vino.

Cantina Eudes di Giovanni Messina
Ecco una storia di radici riscoperte e di futuro costruito con pazienza.
Il padre di Giovanni si innamorò di questi terreni alla fine degli anni Settanta e riuscì ad acquistarli dopo lunghe trattative. Spetta ora a Giovanni, insieme alla moglie Laura, portare avanti quel sogno.

L’azienda si trova nel versante sud-orientale dell’Etna, a Trecastagni, con i vigneti che si sviluppano alle pendici del Monte Gorna (un conetto vulcanico secondario) a 700-750 metri di quota e con piena esposizione a sud.
Sono 5 gli ettari vitati, coltivati esclusivamente con vitigni autoctoni: Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Carricante.
Il cuore dell’azienda è un vigneto centenario, le viti risalgono al 1840, da cui nasce il vino di punta della cantina, il Milleottocentoquaranta, Etna Rosso da uve di Nerello Mascalese e Cappuccio.

Nel 2015 Giovanni diventa “custode” di questo vigneto storico e lo fa proprio con tutto il rispetto che merita. La filosofia è semplice quanto rigorosa: rispettare quanto dà il vigneto, intervenire il meno possibile, lavorare con lieviti indigeni e metodi biologici certificati.
Dei vini degustati voglio ricordarvi il Bianco di Monte 2016, 100% Carricante, ricco di profumi fruttati e minerali, con note finali di miele. Un vino avvolgente, pieno e sapido. Gran bel vino.

E poi l’Etna Rosso 2022, 80% Nerello Mascalese e 20% Nerello Cappuccio. Un naso fresco, terroso, ferroso, con richiami alla caramella Rossana. In bocca è ancora giovane, con un buon tannino. Da aprire tra qualche anno.
Cantina Quantico
È l’azienda di Giovanni e Vera Raiti, e anche qui le radici affondano nell’Ottocento.
È stato Don Saro Raiti, alla fine del 1800, a mettere a coltura sulla nuda sciara lavica le prime viti in Contrada Lavina, a Linguaglossa, sul versante nord-est dell’Etna, ma è solo nel 2009 che i coniugi Giovanni e Vera decidono di fare il salto, trasformando una produzione familiare di autoconsumo in un vero progetto enologico.

L’azienda coltiva circa 6-7 ettari tra vigneti, noccioleti e uliveti, a un’altitudine compresa tra i 600 e gli 800 metri.
La cantina, entrata in funzione nel 2022, dopo anni di vinificazioni affidate a terzi, si trova all’interno della stessa proprietà di famiglia, dove vive ancora la coppia.
Il nome è un omaggio alla fisica quantistica: l’idea che energia e materia, intervento dell’uomo e forza della natura, siano in equilibrio costante. Una filosofia che si traduce in pratica in vini prodotti senza additivi chimici, con fermentazioni spontanee e lieviti indigeni, privilegiando la freschezza e la mineralità che questo angolo di Etna sa regalare.

Abbiamo degustato il l’Etna Bianco 2024, composto per l’80% da Carricante, 10% Catarratto e 10% Grillo. Di colore giallo d’orato, ha un’ottima intensità minerale, a cui seguono i profumi di fiori e frutta gialla. Sapido e piacevole, un ottimo vino.
Quindi l’Etna Rosso 2023, a base di Nerello Mascalese in purezza. Note di tamarindo, di cenere e frutta rossa. Buona struttura e bel tannino. Un’Etna rosso fatto molto bene.


