Gess(at)o


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Delle interrogazioni alla lavagna amavo il gesso. Polveroso, che mutava la mia lineare grafia di polso in caratteri involontari dal gomito alzato, preciso seppure non netto e che mi faceva credere di disegnare, quando solo scrivevo.
Riusciva a restare duro e severo pur lasciandosi dietro scie di libertà espressiva, schegge di mordidezza da lieve pressione.

Come il gessato di lana pettinata.
Da strattonare dalle grucce nei giorni che esigono tono perentorio ma scandito con voce di rigorosa eleganza, che non devono essere cupi a mo’ di seta o di lavagna nera, che non vogliono i solchi delle spesse righe o della biro su carta.
Per mattini di facciata.
Perché il gessato è un po’ così, è un bluff, è cinematografico, è fuorviante come un gangster da pellicola, è irreale come una donna senza cuore.
È solo un finto arcigno, quasi un burlone, che crede di passare asprezza attraverso tracce bianche e flebili, quelle che tanto mi ricordano il gesso che sfibravo sull’ardesia da bambina.

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