Densità

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Abitanti per chilometro quadrato, spazi d’aria per trame di maglie.

Sappiamo che quei bus sono troppo fitti, troppo farciti, troppo edificati, e comunque ci saliamo ogni mattina, a prescindere dalla sola necessità di spostamento.
Alcuni tricot ci soffocano, ci piallano le forme di seni e respiro ma, seppur costringendoci, sanno scaldarci.

Infiliamo dita dentro reticolati di lanosissime vie, consapevoli che vanno a frugare ciò che loro stesse hanno nascosto, alla ricerca di un contatto con la base, di un tepore vivo, di pelle bollente e contemporaneamente occlusa.
La meraviglia dell’erba del vicino, delle condicio sine qua non, di un nonsense.

Percorriamo strade che amiamo affollate e di cui lamentiamo il caos, lambiamo colli che godiamo tiepidi e di cui accusiamo il pizzicore.
Gente che passeggia ammassata e sconosciuta, che si urta di tatto, di fatto e di flusso, e che pure concorre tutta assieme a creare un’unica danza, un’unica metropoli, un unico marchio. Che in fondo si piace.

Alla pari dei capi intrecciati.
Amati, odiati, sferruzzati, sfibrati, infeltriti e sfilati, generano densità. Troppa e mai abbastanza.
Quella che serve per obliterare il freddo cittadino ormai imboccato.
Da svoltare a destra, da animare, comunque da inalare.

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Immagini da:
KnitMeNot

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