L’evoluzione poetica


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Anche nella moda, come sosteneva Jodorowski, non si deve cercare la rivoluzione politica ma l’evoluzione poetica, che è un po’ come dire vivete il vissuto, dategli finalmente quell’anima che nemmeno da vivo ha mai avuto: non gettate una gonna, capitela, indossate fino in fondo quello che abita grucce, mensole e cassetti.

Il più della gente confonde la poesia perché non sa riconoscerla o addirittura perché non l’ha mai cercata. A volte la scambia con l’educazione, altre con la tenerezza, la benevolenza, la debolezza. I troppo duri la chiamano cosa frivola, i troppo seri scherzo, gli incazzati eccesso, chi è distaccato addirittura non la chiama perché non la capisce.

La poesia è ovunque, estrapolarla da qualche parte soltanto.

Colare miele denso su frolla secca è poesia, ammorbidire un impasto con il latte è poesia, comprendere un articolo senza giudicarlo è poesia tanto quanto aggiungere uno spacco di seta a uno strappo di denim, una stringa di cuoio a righe bianconere di tendenza, il giallo al grigio, cotone vivo a tessuto tecnico dormiente.

Una collana colorata dal carattere estroverso non è mai eccessiva su un tubino nero decennale perché è divagazione, è licenza poetica, è provare a cambiare fioritura sul terreno argilloso di sempre.

Bisogna imparare ad impugnare le forbici per accorciare un pantalone a vivo, per dare tagli nuovi a storie già lette, per interpretare ed estrapolare anche una frase soltanto da un lungo romanzo: poche parole che per ognuno saranno il verso, il quid, quel pezzo di poesia mai letto dentro un giorno qualunque e tra tanti.

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