Sacro e profano






Prefiche, rèpute o chiangimuerti eran chiamate,
per lamentar defunti a riti funebri venivan pagate.
Abito nero e velo sottile il costume di scena,
nenie greche tramandate grazie alla loro cantilena.
In pieno Medioevo dalla Chiesa addirittura legalizzate,
di pizzi neri riempivan i banchi queste donne prezzolate.

Poiché di catastrofi e occupazione precaria non si fa che parlare,
ipotizziamone il ripristino fosse solo per sdrammatizzare!
Di teatrale e lamentosa mimica potrei divenire un’artista,
per il graffiarmi la faccia avrebbe forse da ridire la mia estetista.
Capelli lisci e sciolti in segno di lutto non sono un problema,
abbonderei di ottimo balsamo e la messa in piega sarebbe estrema.

Su merletto di trama assai sottile ricadrebbe la mia scelta:
minimale l’intreccio della tragedia e cerimonia svelta.
Coglierei l’occasione e di raschel avrei guanti, gonne e scialli,
per calzar anche le scarpe fletterei ginocchia e sopporterei calli.
Anche se, mi duole ammettere, non solo per il costume nasce la mia euforia:
forse ciò che più mi attira è l’astuta e un po’ cinica psicologia:

“Mai a noi scendevan lacrime, facevam piangere le altre donne, quelle vicine al morto”,
questo disse una di loro, occhi asciutti, tasche piene e pazienza per lo sconforto.



Immagini da:
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